Coronavirus: queste promettenti cure stanno iniziando a salvare delle vite

Coronavirus: queste promettenti cure stanno iniziando a salvare delle vite

Nonostante non ci sia ancora un farmaco risolutivo, alcuni trattamenti e terapie standard adattate sembrano aver iniziato a ridurre il tasso di mortalità.

25 giugno 2020: un tecnico di laboratorio lavora al farmaco antivirale Remdesivir presso la struttura di Eva Pharma a Il Cairo, Egitto.

Oltre a occuparsi dei pazienti presso l’ospedale dell’Ohio e anche del suo stesso lieve caso di coronavirus, Bhimraj ha dovuto valutare un costante flusso di nuove informazioni su come curare i pazienti affetti dal virus. Ricercatori di tutto il mondo stanno conducendo oltre un migliaio di sperimentazioni cliniche random per testare i trattamenti applicati sui pazienti COVID-19. Il compito di Bhimraj e dei suoi colleghi appartenenti al panel per lo studio delle linee guida è quello di vagliare le tante informazioni in arrivo ed evidenziare i risultati più promettenti.

Per quanto ci sia ancora tanta incertezza, le conoscenze su come funziona il coronavirus e su come combatterlo si stanno lentamente consolidando. Dopo otto mesi di pandemia, i medici stanno riuscendo a gestire meglio le cure della malattia. Alcune terapie sono a base di farmaci completamente nuovi, mentre altre si basano su farmaci comuni che in studi clinici precedenti si sono già dimostrati sicuri ed efficaci per altre patologie. Altri miglioramenti si sono ottenuti modificando leggermente i trattamenti standard. Tutto questo, poco a poco, sta salvando delle vite.

“Nessuna di queste terapie rappresenta un punto di svolta, come dice Fauci, giusto?” dice Bhimraj, riferendosi alle dichiarazioni di Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive statunitense, “ma sicuramente si stanno dimostrando utili”.

I medici intervistati dal National Geographic hanno evidenziato che in merito alla cura per la COVID-19 non sono state scoperte ricette miracolose né soluzioni semplici. Farmaci antivirali, anticorpi e terapie immunostimolanti, sia somministrati singolarmente, sia sotto forma di cocktail farmacologici, richiederanno tempo per essere affinati. Anche un vaccino non arresterà completamente il virus nel suo decorso, e le conseguenze che la COVID-19 può avere a lungo termine sulla salute rimangono sconosciute.

“Ad oggi non abbiamo le risposte a tutto questo, e dovremo combattere questa malattia in tutto il mondo per il prossimo anno o due”, afferma Stephen Holgate, immunofarmacologo presso l’Università di Southampton. “Avere a disposizione una serie di trattamenti sarà molto importante, ed è di cruciale importanza avere le prove della loro efficacia”.

Uno dei farmaci tra i tanti trattamenti possibili attualmente in fase di test è lo steroide desametasone. La COVID-19 può attivare un’eccessiva risposta immunitaria, e il desametasone, come altri steroidi, è in grado di smorzare e modificare quella reazione. Il 16 giugno il team ha pubblicato i primi risultati sul desametasone, che indicano che tra i pazienti di COVID-19 che necessitavano di ossigenoterapia o ventilazione meccanica, il desametasone ha ridotto il rischio di morte di un terzo, rispetto alla sola terapia standard. Per i soggetti con forme più lievi della malattia che non necessitano di ossigeno supplementare il desametasone non sembra essere d’aiuto, e anzi potrebbe addirittura peggiorare le cose. Ma nei casi più gravi il desametasone rappresenta una potenziale ancora di salvezza.

Bhimraj ha elogiato la sperimentazione RECOVERY per la sua ambizione e perché i ricercatori che la stanno portando avanti hanno dato seguito a quanto annunciato ai media con ampi risultati. “Non mi interessano le prestampe; stiamo avendo non poche difficoltà a causa dei comunicati stampa”, afferma, riferendosi ad altri casi in cui gli annunci ai media di trattamenti promettenti sono stati seguiti da mesi di silenzio.

L’obiettivo della sperimentazione RECOVERY non è solo di convalidare le terapie efficaci, ma anche di verificare quando un potenziale trattamento viene rilevato mancante. In giugno i ricercatori hanno annunciato i risultati di una sperimentazione condotta su 4.716 soggetti con idrossiclorochina, il farmaco antimalarico promosso da leader come il presidente americano Donald Trump e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. I risultati — pubblicati senza revisione scientifica il 15 luglio — indicano che l’idrossiclorochina non ha apportato alcun beneficio clinico chiaro nel trattamento della COVID-19, una conclusione cui sono giunti anche una serie di altri studi.

Nonostante abbia chiarito l’utilità di un paio di farmaci, ci sono domande alle quali la sperimentazione non ha dato risposta. Landray dice di voler testare il plasma di soggetti convalescenti, una trasfusione ricca di anticorpi a base di sangue di pazienti COVID-19 che sono guariti. Negli Stati Uniti il plasma sanguigno recentemente ha ricevuto un’autorizzazione di emergenza sulla base di presupposti controversi, ma RECOVERY dovrà attendere fino all’autunno per iniziare una sperimentazione, quando i casi — e quindi i soggetti da reclutare — potrebbero aumentare di nuovo durante la preannunciata ondata invernale di COVID-19.

Un primo progresso nella grande caccia alle possibili cure riguarda il Remdesivir, un antivirale riadattato che può leggermente accorciare il tempi di guarigione dalla COVID-19. Ma i ricercatori stanno cercando anche modi per potenziare la naturale risposta antivirale dell’organismo. Una potenziale strada è rappresentata dall’interferone beta, una proteina che fa parte del sistema immunitario umano.

Normalmente, quando una cellula viene infettata da un virus, rilascia molte versioni degli interferoni che dicono alle cellule vicine di attivare la loro difesa nei confronti dei germi e produrre un cocktail di composti antivirali. SARS-CoV-2 sembra tuttavia essere bravo a eludere questo meccanismo di interferoni, di conseguenza la risposta iniziale nei polmoni non si attiva completamente, lasciando che il virus agisca indisturbato.

In una presentazione fatta agli investitori il 20 luglio, i rappresentanti di Synairgen hanno affermato che in uno studio randomizzato su 101 soggetti ospedalizzati i pazienti trattati con interferone beta hanno registrato una probabilità del 79% inferiore di morte per malattia o di necessità di ventilazione invasiva, rispetto ai pazienti trattati con metodi standard. Tra i pazienti trattati con interferone beta si è registrato inoltre un più alto tasso di guarigioni e meno casi di difficoltà respiratoria.

“Sinceramente l’efficacia di questo trattamento ci ha sorpresi”, afferma Holgate, dell’Università di Southampton, uno dei cofondatori di Synairgen. “Sarebbe stato più prevedibile rilevare una buona efficacia somministrando il trattamento nella prima fase della malattia, quando il virus si diffonde nei polmoni, ma in questo caso siamo riusciti a eliminare la necessità della ventilazione supplementare per i pazienti e di accelerarne la guarigione”.

I numeri complessivi sembrano promettenti, ma questo primo studio è di piccole dimensioni, quindi i ricercatori non possono ancora essere sicuri sull’entità dell’efficacia del farmaco. Holgate dice che Synairgen sta reclutando soggetti nel Regno Unito per un più ampio studio clinico a domicilio, da avviare questo autunno. Altre ricerche suggeriscono che l’uso degli interferoni per il trattamento della COVID-19 potrebbe dipendere dalla tempistica: somministrandoli troppo tardi potrebbero avere una scarsa efficacia, o addirittura potenzialmente aggravare i pazienti in fase avanzata, aumentando l’infiammazione. La questione della tempistica è il motivo per cui Holgate era così sorpreso di vedere i risultati positivi dello studio iniziale.

I farmaci innovativi non solo l’unica fonte di speranza per il trattamento della COVID-19. Altrettanto importanti sono le pratiche di prevenzione — uso della mascherina, distanziamento sociale, igiene delle mani — e i miglioramenti nelle terapie standard. Le maggiori conoscenze che i medici ora hanno sulla malattia e le strategie di supporto quasi sicuramente sono state di aiuto nel ridurre i decessi in America durante la seconda ondata di COVID-19 di quest’estate.

“I farmaci come il Remdesivir e gli steroidi sono molto utili, ma non dimentichiamo l’importanza di una buona assistenza medica e della terapia intensiva”, afferma Helen Boucher, responsabile di medicina geografica e malattie infettive presso il Tufts Medical Center di Boston, Massachusetts. “Ora è più importante che mai che il nostro sistema sanitario funzioni”.

Prendiamo ad esempio la ventilazione invasiva: è una procedura che ha salvato molti pazienti COVID-19, ma non è priva di rischi. La pressione della ventilazione può danneggiare i polmoni, e il trauma e il disagio dati dalla situazione — essere intubati, e preoccupati per la propria sopravvivenza — possono causare sintomi di disturbo da stress post-traumatico. Così, i ricercatori hanno cercato modi per limitare i danni e lo stress causati dall’intubazione e usare metodi meno invasivi per migliorare la respirazione dei pazienti e i livelli di ossigeno nel sangue.

“Un errore comune è quello di cercare e affidarsi a metodi simil-esoterici, allontanandosi da ciò che sappiamo funzionare bene”, afferma Christian Bime, ricercatore e direttore medico dell’unità di terapia intensiva presso l’Università dell’Arizona. “La vecchia buona sanità pubblica potrà sembrare noiosa, ma funziona!”

Bime evidenzia il sorprendente successo di un’altra tecnica molto semplice: posizionare i pazienti COVID-19 a pancia in giù. “È una delle cose che si sono rivelate essere molto, molto utili per i pazienti COVID, in generale”, afferma.

“Stando sdraiati a pancia in giù — ovvero in posizione prona — si migliora la capacità dei polmoni di immettere ossigeno nel sangue ”

Stando sdraiati a pancia in giù — ovvero in posizione prona — si migliora la capacità dei polmoni di immettere ossigeno nel sangue. Il cuore si trova davanti, nel torace, quindi posizionando il paziente a pancia in giù si evita che il peso del cuore gravi sui polmoni. La parte posteriore dei polmoni ha una migliore circolazione sanguigna e più alveoli per lo scambio di gas, rispetto alla parte frontale, il che significa che quando stiamo a pancia in giù questi alveoli sono meno compressi e lavorano in modo più efficiente.

“L’obiettivo è che flusso sanguigno e scambio di gas siano allineati e mettendosi in posizione prona questo effetto si massimizza”, afferma Kevin McGurk, primario di medicina d’urgenza presso il Cook County Health di Chicago, Illinois.

Logisticamente parlando, posizionare un paziente a pancia in giù non è sempre semplice. Per ruotare in sicurezza un paziente attaccato alla flebo e al ventilatore meccanico possono essere necessarie anche cinque persone dello staff medico. Moltiplicatelo per decine di centinaia di pazienti, ed è chiaro l’impatto che un’operazione pur semplice come questa può avere sul personale medico, già oberato. Ma in diversi studi di caso e revisioni in tutto il mondo, ivi compreso uno studio di cui McGurk è coautore, i medici riportano che in combinazione con l’ossigeno supplementare, anche la posizione prona può migliorare i livelli di ossigeno nel sangue nei pazienti COVID-19 svegli, con sintomi lievi. Potrebbe addirittura ridurre il rischio dei soggetti che necessitano ventilazione invasiva.

“Non è una cura magica, ma... effettivamente è stato notevole il numero dei pazienti che ha risposto bene in questa posizione, e spesso in breve tempo”, aggiunge McGurk “non ci sono grandi effetti collaterali nel chiedere ai pazienti svegli di stare sdraiati a pancia in giù”.