Vittorio Tabacchi: «Leonardo Del Vecchio è stato un rivale in affari ed un grande amico nella vita» - Nord Est Economia

Vittorio Tabacchi: «Leonardo Del Vecchio è stato un rivale in affari ed un grande amico nella vita»

Il ricordo commosso dello storico presidente di Safilo: «Amici veri nella vita e antagonisti nel lavoro. Volevamo essere i migliori. Ha continuato a investire qui per amore nei confronti del territorio e della sua gente»

Cavalier Tabacchi vuol raccontare qualcosa del suo rapporto con Leonardo Del Vecchio?

«Guardi non volevo dire niente, mi stanno chiamando in tanti. Non me la sentivo, poi è stata mia figlia a dirmi che invece avrei dovuto: perché noi eravamo davvero amici. Siamo stati legati, eravamo amici nella vita e antagonisti nel lavoro. Lui all’inizio era un nostro fornitore, poi quando è diventato anche produttore ci siamo conosciuti personalmente e siamo diventati amici. E poi nel tempo noi crescevamo e lui cresceva, tanto, e a quel punto siamo diventati anche concorrenti. Ma l’amicizia quella è rimasta sempre».

«Era una persona semplice ed umile. Aveva idee un po’ diverse dalle nostre. Noi guardavamo al nostro orticello, lui no, lui aveva uno sguardo più ampio: guardava al campo. Questo lo ha sempre caratterizzato, è sempre stato molto più rivolto al futuro. In termini moderni potremmo dire che mentre noi programmavamo, lui pianificava a dieci anni».

Vi siete sfidati su tutto, sulla conquista di Ray Ban e poi c’è stata la questione della licenza Armani.

«Erano aziende familiari. Il rapporto umano era molto sentito. Io conoscevo il papà di quell’operaio o di quell’altro e lui anche sapeva tutto dei suoi dipendenti, della sua gente. Ma c’è sempre stato una grandissimo rispetto tra di noi, nelle aziende cadorine tra i concorrenti c’è sempre qualcuno che viene da Safilo. Tra di noi non ci siamo mai portati via i dipendenti. Era un uomo particolare, di una sensibilità estrema. Gli investimenti ultimi che lui ha fatto qui, in Fedon e Ideal Standard, non li ha fatti per speculazione, per denaro... a lui non interessava nulla di tutto ciò. Lui lo ha fatto per l’amore che ha avuto fino all’ultimo per il suo territorio, per la sua gente».

Avete vissuto degli anni ruggenti ed avete assistito alla creazione di un’industria unica al mondo, in un luogo che era rischio abbandono come le montagne bellunesi.

«La molla che ha fatto scattare tutto è stata la concorrenza tedesca. Abbiamo cercato di superarli, loro avevano una grande storia nella meccanica e nell’ottica e noi volevamo essere migliori. Noi avevamo più fantasia, eravamo più forti nel design, nel marketing. Eravamo assetati di vittoria, loro erano al vertice del mercato e non si preoccupavano più di tanto. E invece noi volevamo primeggiare, diventare i primi anche tecnicamente. Ecco questo abbiamo fatto. Ricordo che discutevamo su come fare certe cose, penso a quel sistema a molle che c’è in alcuni ristoranti per cui si sfila un piatto e subito dopo ne esce un altro. Ecco una volta ci siamo messi a discutere di come riuscire a far quel sistema per le stanghette degli occhiali. Andavamo in Svizzera a studiare la meccanica fine degli orologi che ha tanto in comune con l’occhialeria. E poi era un sprone continuo anche tra noi. Io compravo un macchinario e facevo di tutto perché lui non lo sapesse e lui faceva altrettanto».

«Quella è stata la svolta, quando ha acquisito Avant-Garde. Fino a quel momento eravamo cresciuti insieme e invece da lì ci fu l’esplosione. Io ero contrario, lui invece ha capito che il mondo stava cambiando ed ha avuto questa intuizione di incorporare l’industria e il commercio».

«Ne ho tanti, mi mancano un po’ le parole. Mi ricordo la sua sensibilità, parecchi anni fa mi invitò da lui ad Antigua. È stata una dimostrazione di amicizia, allora mi disse: “Se tu vuoi restare” e mi ha messo a disposizione casa sua».

Ogni giorno la sintesi della giornata sulle notizie dai territori, gli appuntamenti, le dichiarazioni dei protagonisti del mondo economico e finanziario a cura della redazione